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Turismo, anno zero…

Il dossier Confturismo: cali di presenze fino al 30 per cento

Turismo, anno nero
«Servono aiuti come per l’auto»

Bernabò Bocca: 150 mila posti a rischio

MILANO — Sul manifesto nero della crisi che sta investendo anche l’industria del turismo ci sono le facce dei seicento dipendenti lasciati a casa dalla catena americana Starwood. Sotto, sopra, tutt’attorno, ci sono centinaia di caselle bianche che giorno dopo giorno vengono riempite con le storie di nuovi disoccupati del settore: camerieri, lavapiatti, facchini. Quindi piccoli imprenditori ai quali — dopo aver tagliato e preso il posto dei loro camerieri, lavapiatti, facchini — non resta che tagliare se stessi. Vale a dire: chiudere.

«A fine anno i disoccupati del settore rischiano di diventare 100 mila, addirittura 150 mila, se si considera l’indotto», mette in guardia il presidente di Confturismo-Confcommercio Bernabò Bocca. Vale a dire: «Due volte i 60 mila dipendenti dichiarati a rischio dal settore auto, più almeno altri trentamila». E quindi: «Se il settore dell’auto — come quello dei mobili o degli elettrodomestici — ha potuto contare su aiuti e incentivi, pure quello del turismo dovrebbe essere sostenuto». Anche perché al numero di dipendenti che potrebbero perdere il lavoro va aggiunto quello dei piccoli e medi imprenditori che rischiano il fallimento: «Tra il 3 e il 5%, pari a 8-13 mila imprese, per lo più aziende a conduzione familiare». A gennaio, nel settore alberghiero, il 4,5% dei dipendenti ha perso il lavoro: quasi il 10% di chi aveva un contratto a tempo determinato, il 3 di era occupato a tempo indeterminato. E nell’allarme lanciato da Bocca i numeri del settore si incrociano con quelli della crisi. Da una parte: «L’industria del turismo occupa più di 2 milioni di persone (un milione e mezzo, senza indotto), rappresenta il 10% del Pil, recupera la sua forza lavoro in Italia». Dall’altra: «A gennaio la stessa industria ha perso il 7,2% dei pernottamenti alberghieri, nelle città d’arte anche il 20, a Milano il 30. Sette milioni e 800 mila i pernottamenti in meno nel 2008».

Colpa della crisi globale: «Dollaro, yen e sterlina deboli hanno fatto crollare le presenze di americani e giapponesi. Ci aspettiamo un meno 40% di inglesi». E, malgrado gli sconti («dal 30 al 50%, stiamo rinegoziando al ribasso tutti gli accordi»), gli alberghi restano vuoti. «Per riempirli il Belpaese non basta più — continua —. Servono infrastrutture (la rete metro italiana è inferiore a quella di Madrid, le autostrade sono al collasso), un sistema fiscale concorrenziale (l’Iva in Francia è al 5,5%, in Spagna al 7, in Italia al 10), un più facile accesso al credito. In Spagna per il settore sono stati stanziati 400 milioni». Per questo il presidente Bocca chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi, al quale si presenterà con i rappresentanti dei lavoratori: «Chiediamo un aiuto per mantenere i livelli occupazionali. Non finanziamenti a fondo perduto». Due le ipotesi considerate. La prima: «La possibilità di dilazionare i termini di pagamento degli oneri contributivi». La seconda: «Permettere alle famiglie di dedurre in parte il costo delle spese sostenute per le vacanze». Un bonus fiscale, insomma, che da una parte contribuirebbe a far uscire allo scoperto il sommerso, dall’altra incentiverebbe gli italiani ad andare in vacanza. «In vacanza in Italia». E in questo caso il pensiero di Bocca corre alle parole del presidente Reagan all’inizio degli anni ’80: «Americani rimanete in America, andate in vacanza e spendete qui». Ecco: «Un appello così dal presidente Berlusconi? Credo che in questo momento sia la cosa giusta».

Alessandra Mangiarotti
20 febbraio 2009        Da “Corriere della Sera

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